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E un uom potéo, solo e in le vostre inchiuso
Stesse trincée, tante far stragi impune?
Tanti mandar de guerrier primi all'Orco?
Pietà, rossor, dell'egra patria, o vili,
De'prischi iddii, del grand'Enea, vi prenda.
Tal dir gli accese: ecco ristansi, e denso
Fan stuolo. Il Re dolce a partir fa mossa,
Volgesi al fiume, e al fianco là che il guarda.
Più fieri allor con alte grida in folla
Stringerlo, instar: qual se ostil turba a dardi
Prema un crudo lion: spaurito arretra,
Ma truce a torvi rai; nè ch'ei rifugga
L'ira soffre o il valor; nè, benchè il brami,
Gir contro ei può fra i cacciator fra l'armi.
Turno così passi non presti addietro
Dubbio ritragge, entro di sdegno avvampa.
Anzi anche allor scagliasi a Teucri in mezzo
Due volte; e due gli urge pe'muri a fuga.
Ma già ogni stuol vien da ogni lato in fretta
Contro lui sol: nè a lui Giunon più forze
Osa recar; Giove dal ciel per l'aure
Iri le invia con minacciosi annunzi,
Se Turno omai dal torrion non sgombri.
Dunqu'ei non più nè a braccio può nè a targa
Cotanto ostar; tal d'ogni parte è il nembo
Di strai. Perpetuo è il tintinnio che intorno
Strepe alle tempie, ita ogni cresta; a sassi
Fendesi il saldo acciar; nè il bronzo a colpi

Ictibus: ingeminant hastis et Troès et ipse
Fulmineus Mnestheus. Tum toto corpore sudor
Liquitur, et piceum (nec respirare potestas)
Flumen agit; fessos quatit acer anhelitus artus.
Tum demum praeceps saltu sese omnibus armis
In fluvium dedit: ille suo cum gurgite flavo 81o
Accepit venientem, ac mollibus extulit undis;
Et laetum sociis, abluta caede, remisit.

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Più regge: i Troj fulminan d'aste e anch'esso
L'igneo Mnestéo. Sprizza da quante ha membra
Sudor, fa piceo rio; s'allena il fiato,
E il petto e i fianchi acre alitar gli squassa.
D'un salto alfin con tutte l'armi al fiume
Gettasi in sen: nel biondo gorgo il Tebbro
L'ospite accoglie, il tien leggier sull'acque;
Poi lieto a suoi, tersa ogni strage, il rende.

AENE ID OS P. VI RG IL II MA R O N IS

LIBER DEC IMUS.

PANDrrva interea domus omnipotentis Olympi,
Conciliumque vocat divum pater atque hominum reac
Sideream in sedem, terras unde arduus omnes
Castraque Dardanidum adspectat populosque Latinos.
Considunt tectis bipatentibus. Incipit ipse:
Caelicolae magni, quia nam sententia vobis
Versa retro, tantumque animis certatis iniquis?
Abnueram bello Italiam concurrere Teucris:
Quae contra vetitum discordia? quis metus aut hos
Aut hos arma sequi ferrumque lacessere suasit? Io
Adveniet justum pugnae, ne arcessite, tempus,
Quum fera Carthago Romanis arcibus olim
Eacitium magnum atque Alpes immittet apertas.
Tum certare odiis, tum res rapuisse licebit:
Nunc sinite; et placitum laeti componite faedus.
Juppiter haec paucis; at non Venus aurea contra
Pauca refert:
O pater, o hominum divumque aeterna potestas,
Namque aliud quid sit quod jam implorare queamus?
Cernis ut insultent Rutuli, Turnusque feratur

e

DELL' ENEIDE
DI P. VIRGILIO MAR ONE

LIBRO DECIMO.

D” Olimpo intanto onnipossente il chiostro
S'apre, e concilio il re de numi in cerchio
Stellato aduna; onde ogni terra eccelso
Mira e l'Ausonie genti e il Frigio campo.
Seggono a schiuse porte. Ei grave imprende:
Gran dii del ciel, perchè così vi piacque
Sensi cangiar, con ostil cuor far gare?
Guerra vietai d'Itali a Troj: qual frange
Discordia il cenno? o questi o quei qual tema
Spinse a far armi e a provocar conflitti?
Giusto al pugnar tempo verrà (s'aspetti),
Quando Cartago in le Romulee rocche
Fiera il gran scempio e l'Alpi versi aperte.
Fia dato allor d'odii cozzar, far guasti:
Or state a voi; lieti v unite in calma.
Brieve un Giove arringò; ma quì non brieve
Riverberò l'aurea Ciprigna: Ah! padre,
D'uomini e dei donno immortal, qual altra
Mi lice omai sorte implorar? Non vedi,

Come il Rutulo insulti, e gonfio in sella
VIRGIL. Eneid. Tom. II. Z,

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