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trova appunto la scrofa colla prodigiosa sua prole. Nasce di qui un' opposizione a cui risponde il Mattei. Scio , dice l'egregio Giovinetto, scio quid contra nasutuli objicient, urbem scilicet jam conditam , quínam ergo condendae illius locum designari potuisse a Tiberino ? quâ fieri id potuit, paucis jam docebo. /^iae Tiberina littora tetigit AEneas, statim molitur urbis locum, et primas sedes in ipsa fluminis ripa ponit. Ecce autem omnes contra novos hospites insurgunt, et magna vi hominum collecta bello Italia eos eapellere conantur. Tunc sane dubitare Aeneam , an regio quidem illa sit , quam dii eorumque oracula sibi polliciti fuerant. Ita eum ambigentem levis sopor oppressit, et ecce in somnis Tiberinus : AEnea, inquit, Hic tibi certa domus ; Ne belli terrere nimis: jam enim dii propitii sunt; persiste igitur et perge 4uam occoepisti urbem extruere ; hunc enim locum esse sacpius a diis tibi promissum illa sus ostendet quam sub ilice invenies. v. 9o. Ergo iter inceptum celerant Rumone secundo. L'impresa via fausto il Rumon s' affretta. Rumone, giusta il Servio (ond'egli vuol tratto il nome del celebre fico ruminale), era un antico nome del Tevere nato dal ruminar le rive (Caeruleus Thybris pleno quem flumine cernis Stringentem ripas v. 62). Avverte il Mattei che antiqua eae Pontificum libris eruta vocabula saepe gravitatis caussa suo poemati /irgilius inseruit, e prosegue: Legas igitur meo periculo Rumone secundo, quod et doctum et latinum est et loco aptissimum. Incipiunt iter Teucri, quod celerant Tiberi favente , giacchè tutta spese la notte il Dio del fiume a sgonfiar l'acque, e quasi farne uno stagno. Porta in vece ogni edizione rumore secundo. Ma il bravo Critico, appoggiato al principio che rumor sia vox sine certo auctore, ne sfata, come incoerente o non latina, ogni interpretazione che suol darsene, faustis acclamationibus, plausu nautico, strepitu aquae remis Proscissae, fluore secundi amnis, bonis ominibus, etc.

v. 18o. Viscera tosta ferunt, Portan carni arrostite, Acconciamente avvisa il Servio, che visceratio est epulum quod fieri solebat in sacrificiis, non ex visceribus tantum, ut vulgus putat, sed ex qualibet carne; nam viscera sunt quidquid inter

ossa et cutem, seu sub corio est. Perciò dico carni. v. 237. Deacter in adversum nitens concussit, etc. con impeto La spinge a destra e acre la squassa, ec. Spererei ben accolta questa Scivolata, com'anche le altre (L.VII da v.295 a v. 522, VIll da v. 416 a v. 458 ec.) dirette a più staccare e render più enfatiche le descrizioni o parlate. Quel bisdrucciolo al v.245 parmi che diagli un non so che d'imitativo: il che quanto ben s'organizza nell'esametro greco, tanto è difficile nel latino, e maggiormente nel nostro endecasillabo che è più breve. v. 271. Hanc aram luco statuit, quae maxima semper etc. Sacraro il luco, e v'innalzar quest'ara,

Che fia massima sempre e a nome e a rito. Quest'ara massima, su cui tanto si disputa, ben prova il Mattei contro molti, e fin contro Ovidio, che non fu l'eretta da Ercole a Giove inventore presso l'antro di Caco, ricuperate ch'ebbe le vacche, ma la posta ad Ercole stesso da Patrizi e Pinarj al foro boario.

v. 346.

Testaturque locum, et letum docet hospitis Argi.

e d'Argo L'ospizio accenna e il letal colpo e l'urna. Qui s'allude alla favola d'un tal Argo, che in ospizio accolto da Evandro gli macchinava la morte, per invaderne il trono; del che avvedutisi i regii amici ucciser essi l'insidiatore, al quale il Re, in grazia dell'ospitalità, consacrò un luco e di nobil tomba, Inde letum Argi o Argiletum. Veramente attesta testatur (Sof

tintendendosi ch'ei non violò il rispetto ospitale) indica di più che accenna, ma è men chiaro. Vuolsi dire: accenna a sua discolpa. v. 349. Jam tum religio pavidos terrebat agrestes Dira loci; Fin da quel dì sacro terror gli agresti Scotea; Non mi s'ascriva a mancanza che taccia il Dira loci. Equivale sacro terror. Avvisa opportunamente la Cerda: Diritas, saevitia, truculentia pertinent ad horrorem, quem relligio incutit. v. 424. Ferrum eacercebant vasto Cyclopes in antro, Fean nel gran cavo opre a metal gli Unoculi,

Quest'Unoculi melfo lecito per Monocoli. Potrebbe farsi di Crusca,

come Unicorno, Univalvo, Uniparo. Prevarrebbe a Monocoli, perchè non ibrido, cioè non lavorato di Greco e Latino. - - - v. 596. Quadrupedante putrem sonitu quatit ungula campum. Batte i campi a galoppo unghia sonante. Il verso latino galoppa meglio. L'Italiano per altro ebbe in vista quel d'Orazio: Eques sonante verberabit ungula. Lascio fuori il putrem, giacchè non indica che il già detto, friabile, polveroso. v. 652. custos Tarpeiae Manlius arcis Stabat pro templo, Servio spiega il pro templo non già innanzi al tempio, ma a difesa. Come assediato, vel vuole dentro. Ma così non si vede. Per me non è un séguito di storia, ma un quadro posto in cima allo scudo, In summo. - v. 654. Romuleoque recens horrebat Regia culmo. e al sacro Romuleo Ostella fresca paglia inaspra. Sig. Didot, perchè avete chiuso fra parentesi quadra questo bel

verso? A me par degnissimo di Virgilio, Romuleo recens vuol VIRGIL, Eneid. Tom, II. Ccc

dire Romulea recenti. Al tetto della Capitolina casa di Romolo si rinnovava spesso la paglia, la quale fresca più punge, più inaspra, horret. Questa casuccia s'avea qual regia, qual sacra; e ancor sus. sisteva a tempi di Seneca, che attesta (Controv. 9) Colit etiamo num in Capitolio casam victor gentium populus. - v. 728. pontem indignatus Araves. docile al ponte Arasse.

Par ch'io mi dica per l'appunto l'opposto. Pur così disse anche

Stazio (1 Silv.) patiens Latii jam pontis Araxes. Quell'Arasse, che sdegnò il ponte sotto Alessandro, lo tollerò sotto Augusto.

AL LIBRO IX.

v. 8.
AEneas, urbe, et sociis, et classe relicta,

Lasciati Enea soci e ripari e legni, Già dunque espressamente la prim'Alba vien detta Città. Siccome però non era allor che sbozzata, e buon treno avea di fortezza (Castra modo et tutos servarent aggere muros v. 42), io perciò traduco ripari; com'anche v. 47: urbi Improvisus adest, traduco giunge improvviso a Teucri, dove sottintendo dentro a lor valli.

- V. 20, video medium discedere caelum, Palantesq;polo stellas: fendersi l'etra io miro, Gli astri vagar:

Prendan pur altri il ciel che qui s'apre per atmosfera, e le stelle erranti per fuochi fatui e baleni; che a me par più grandioso il repentino augural portento (o colpo d'immaginazione) se Turno vegga spaccarsi il ciel superno, e gli astri cangiar di sito.

- Fra i v. 28 e 29 Si suol trovare Vertitur arma tenens, et toto vertice supra est, ch'ebbe il suo luogo L.VII v.785, dove traducendo e il capo tutto ha sopra, dico forse più del toto vertice, ma con iperbole Omerica,

Fra i v. 1 19 e 12o V'è di giunta in molte edizioni: Quot prius aeratae steterant ad littora prorae. Lo troverai dove calza al L. X v. 225. Certuni al prorae sostituiscono puppes, perchè son le poppe che mirano al lido, senza badare che armava il rostro le prue. v. 138. Sed periisse semel satis est. Peccare fuisset Ante satis: Ma già periro e basti. Ah già peccaro, Nè lor bastò. La versione non par che concorra col testo. Ma si può declamare ugualmente, cioè collo stesso svario di voce fra obbiezione e risposta. Fra v. 148 a 149 Ricorre in più edizioni con piccolissima differenza il v. 165 del L.II: Palladii, caesis summae custodibus arcis, che vedrai tradotto, da potersi qui incastrare, a p.578. L'inertia furta generico è più bello, v. 223. Ductores Teucriim primi, et delecta juventus, Consilium summis regni de rebus habebant; Quell'et è di mia giunta. Mel suggerì il v. 5o5. Ecco come. Quanti erano in Assemblea quella notte, tutti accompagnaron Niso ed Eurialo sino alle porte: quos omnis euntes Primorum manus ad portas juvenumque senumque Prosequitur votis. Stavan dunque in Consiglio Alete e gli altri vecchi duci, e oltre a questi il fior de'giovani. Fra v. 291 e 292 Sta in ogni edizione il puntello: Tum sic effatur. Tocco Giulo dalla pietà filiale, che udi da Eurialo, quanto meglio entra in parlata (Spondeo etc.) senza il sreddo preludio ! tanto più che breve ma tenera viene a chiudersi col: Sic ait illacrymans.

v. 33 1. illa qui plurima nocte Luserat, insignis facie, E il belloccio Sarran che feo trastulli Mezza la notte, Quell'insignis facie fa capire a qual giuoco avea giuocato. Tradusse il Caro: Un bel garzone Era costui, gran giuocatore. O non

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