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l'intese, o l'additò troppo in gergo. Il luserat, che vuol anche dire avea scherzato, ha certamente maggior venustà.

Fra v. 524 e 525 t Si riproduce senza bisogno in parecchie stampe il v. 624 del L. VII Et meministis enim, divae, et memorare potestis.

Fra v. 623 e 624 Quasi in ogni impressione al merito del torello da Ascanio votato s'aggiunge il v. 87 dell'Egl. III: Jam cornu petat et pedibus qui spargat arenan. Vedine altra versione endecasillaba alla p. 578.

v. 638.
Nec te Troia capit. Troja è poco per te.

Vuol Servio che Troja fosse appellata la città nuova d'Enea, nome che pur le accorda il Mattei, se si voglia sol metaforico, come: Ilium in Italiam portans; -- recidivaque Pergama quaerunt, etc. Bensì pretende il dotto Giovine, che la denominazione di Troja, fino a più secoli posteriori, fosse comune a quant'agro Laurente fu da Trojani occupato. Adduce il passo di Livio L. I cap. VI: Ab Sicilia AEneas classe Laurentem agrum tenuit, et Troja huie loco nomen est. Cita pure Appiano, cui così traduce: Ad Italiae quoddam littus Laurens dictum appulit, ubi et castra illius ostenduntur, et ab eo oram illam maritimam Trojam dicunt.

- v. 699. ... contorta falarica venit, Fulminis acta modo, Phalarica colla p aspirata, come per lo più trovasi scritta, la fa comparire d'origine Greca: eppure era un telo Saguntino di lunga asta, che portava intorno legate molte materie infiammabili, come solfo, resina, ec., e perciò dicevasi incendiario, Prendeva il nome da falis, torri di legno, contro cui con balista o a gran forza solea lanciarsi. S'adoprava talora come strale ardente : sul che s'oda Livio L. XXI : Ferrum autem tres in longum habebat pedes, ut cum armis transfigere corpus posset; sed etiamsi haesisset in scuto, pavorem faciens arma omilli eogebat, nudunque militern ad inseguentes ictus praebebat.

389 AL LIBRO X.

- v. 12 e 13. Quum fera Carthago Romanis arcibus olim Earitium magnum atque Alpes immittet apertas. Quando Cartago in le Romulee rocche Fiera il gran scempio e l'Alpi versi aperte. Questo è uno de passi più energici del Poema. Pur come decorosamente, a onor del nostro linguaggio, vi si sostiene la frase Italiana! le parnativa. Non rientrerò altra volta in tali avvertenze. Se le moltiplichi, a suo bell'agio, il lettore. v. 26. muris iterum imminet hostis Nascentis Trojae; d'Ilio nascente ai muri Ripiomba urto mimico; Così seriamente si lagna Venere. Cosi poi ironicamente ripiglia Giunone: Indignum est Italos Trojam circumdare flammis Nascentem. Gli è un tristo ardir ch'Ilio nascente a fuoco Voglian gli Ausonj, v. 74. In ambi i luoghi metto Ilio per Troja, benchè vegga che parlasi della sola città, riputandolo nome non già imposto da Enea, ma unicamente dal Poeta per simbolo di somiglianza. V. 1 o9. Seu fatis Italiim castra obsidione tenentur, Sia d'Italia destin che i Troi sian stretti, Che destino! favorevole a Italia, o avverso? Servio, la Cerda, ec. lo vogliono avverso. Più mi piace indeciso, come l'ha lasciato l'Autore. v. 185. Non ego te, Ligurum ductor fortissime bello, Transierim, Cinyra; et paucis comitate Cupavo, Fu Cinira gran duce de'Liguri, padre di Cupavo, a parente di Faetonte. N'era d'entrambi smodato amante. Alla morte di Faetonte, mentre dolente il cantava, fu trasformato in Cigno. Il figlio che fuor di legge riamava il padre (Crimen amor vestrum ) ne portava all'elmo le piume. Cupavo adunque era il sol condottiero. Non si tace Cinira o Cigno per dare intiera la favola.

v. 2o7. ... centenaque arbore fluctus Verberat assurgens; ... e a cento remi insurto Flagella il mar;

Per me quell'arbore è una Sinecdoche di materia, e non esprime che remi. Servio per altro fervorosamente avvisa: non ait remis, sed arboribus, ad exprimendam navis magnitudinem, quae plures habuit remorum ordines, Unde canit Lucanus: Et summis longe ferit aequora remis. Potea tradursi: e ad arbor cento insurto ; ma il genio della lingua ne par offeso. Non osta alla nuova teoria (V. N. al v. 119 L.V), potendosi intendere trireme fornita di ponte.

V. 22O.

... guas alma Cybebe Numen habere maris, etc.

Quasi tutte le edizioni portano Crbele, la cui penultima è breve (L. III v. 1 1 1: Hinc mater cultrix Crbele). In grazia dunque del metro sostituisco col Bodoni e Didot il nome greco Kogon Cybebe.

v. 242.
... et clypeum cape, quem dedit ipse
Invictum Ignipotens, atque oras ambiit auro.
... e lo scudo, aureo ne lembi, invitta

Temprata in Stige opra Vulcania, imbraccia. Mi si perdonerà questo piccolo aumento di condecorazione fatto allo scudo, per maggior lusso del verso che mi riusciva mancante, Temprata in Stige. Per rendersi invitto uno scudo tutto metallico, come era quello, ben potea fingersi tuffato rovente in quell'acque Tartaree, come il brando di Turno (L. XII v.8o) Ensem quem Dauno Ignipotens Deus ipse parenti Fecerat, et Stygia candentem merserat unda. Dirò aggiunti in appresso i pochi ornati di metallo, che all'incandescenza si liquefanno.

v. 326. ... securus amorum Qui juvenum tibi sempererant, ... tronchi gli amor che hai sempre Pel maschio fior, Qui addita senza mistero la passione cui vela (L. IX v. 551):

illa qui plurima nocte Luserat, insignis facie. Senonchè Sarrano vien là cercato, Cidone all' opposto qui cerca.

v. 378. pelagus Trojamnepetemus? prenderem Troja o l'acque? L'edizione di la Cerda, e altre non poche, mal tengono pelago. Pallante mostra agli Arcadi che convien battersi per l'impossibilità cosi della fuga per mare (perchè incendiate le navi) come del ricovero nella nuova città (perchè cinta d'assedio) V.N. L.IX v.658.

v. 476 e 477. Illa volans, humeri surgunt quà tegmina summa, Incidit; at yue, viam clypei molita per oras, etc. L'asta volò, strisciò lo scudo al lembo, Cadde u s'affibbia alto l'usbergo al dorso, ec. Il passaggio dell'asta dall'usbergo allo scudo è retrogrado. V'ha dunque nel testo, per servire al metro, un rsteron proteron, che nella versione, potendo, dovea sfuggirsi, come ho fatto.

v. 564.

et tacitis regnavit Amyclis. re in latacente Amicla. Ho scrupolosamente tradotto il tacitis in tacente per adattarmi alla varietà de'comenti, o s'alluda alla scuola Pitagorica ivi tenuta, o all'insigne pazienza de cittadini che, al dir di Tullio , taceano ingiuriati, o a certo decreto che vietava ogni allarme per non averne de'falsi. Scrisse Lucilio: Scio Amyclas tacendo periisse.

Fra i v. 579 e 58o.

Si legge in ogni edizione Cui Liger ch'io ometto come superfluo, venendo poco appresso. Pesano talia late Dicta volant Ligeri.

v. 897. Contra Tyrrhenus, ut auras Suspiciens hausit caelum, Come alzò gli occhi, e bebbe Gran fiato il Tosco, Vuole il Cerda che Mezenzio caelum respectdrit cum furore. Se si parlasse di un sant'uomo, in forza dell'hausit, si direbbe cum amore. L'indovina Servio: hausit caelum, hoc est aerem.

AL LIBRO XI.

v. 15 e 16.

... Haec sunt spolia, et de rege superbo

Primitiae, manibusque meis; Mezentius hic est.

... Quì spoglie, e per mia man, d'un Turno

Le primizie quì son; Mezenzio è questi. Fu dato il titol di superbo a Sesto Tarquinio, perchè reo di molti misfatti: qui Enea l'appropia a Turno, perchè reo dell'uccision di Pallante. Io non l'ommetto, ma lo pospongo al v. 17: Franchi a Laurento e al re superbo orvassi. Al v. 16 il Mezentius hic est vuolsi inscritto al trofeo, dove l'hic prendesi avverbialmente. Io lo fo pronome, perchè precede il quì son.

v. 156. ... bellique propinqui Dura rudimenta! ... d'attigua guerra Scuola ferall La guerra, che ha con altri un tuo limitrofo, è quella che chiamasi guerra prossima, guerra a confini. Il suo vero termine, se udiam Servio, è antaria, quod sit ante urbem, quasi ante aras. Io le preferisco attigua, perchè può intendersi senza glossa. v. 195 e 196. munera nota, Ipsorum clypeos, et non felicia tela. le infauste Degliarsi a scampo aste lor note e targhe.

Pecca d'un fil d'oscuro anche il Latino. Gettate dentro a roghi più

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