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spoglie ostili, consacransi ad ardere insiem co'cadaveri gli arnesi
loro, scudi e lance che non valsero a salvargli. Indichiamansi noti.
v. 399 e 4oo.
Capiti cane talia demens Dardanio rebusque tuis.
Ehl al Frigio capo, o folle, Cantala e a pari tuoi.
Stava già per mutare il rebusque in paribusque. Mi contentai di
valermene nella versione. Parmi che vi stia bene.
- v. 516.
Ut bivias armato obsidam milite fauces.
Porgli armati a balzel sul bivio in foce.
A balzel, modo di dire Sanese, che propriamente si prende per

l'aguato contro la lepre che dee passar sotto; ma in genere pelluogo in cui stassi alla posta per far insidie. L'usai pure Georg. L.IVv.456.

v. 58o. Strymoniamoue gruem aut album deiecit olorem. l E a destro colpo or gru giù trasse or cigno. l Non si duol nulla il verso Italiano di trovarsi mancante degli epiteti soltanto Poetici, di tracia alla gru, di bianco al cigno. r v. 622. .

Clamorem tollunt, et mollia colla reflectunt. , i alza il Latino Nuov'urli, e il collo al corridor ritorce. Supplisco equorum qui sott'inteso, o indicato dal mollia, che altri prende per domita, altri con più ragione per mobilia. Un cavallo addestrato è mobilissimo di cervice al minimo cenno del reggitore,

v. 644 ......... Latos huic hasta per armos Acta tremit, duplicataue virum transfiaca dolore. ......... Trema l'astil per l'ample Spalle, e trapassa, e a doppio duol l'incurva. Dove l'uom s'incurva par doppio: curvatura che qui nasce da due Viagi. Eneid. Tom. II. D d di

dolori pel doppio foro nel dorso. Chi legge: duplicato ue, virum transfixa, dolorem non dice l'effetto che per metà.

v. 7o8. Jam nosces ventosa ferat cui gloria fraudem. Vedrai, cui fia spirto di boria infesto. Quel fraudem sta in senso di damnum. Così Orazio L. II Od. 19: Nodo coerces viperino Bistonidum sine fraude crines. Più edizioni in luogo di fraudem portano laudem. Col far senso ironico dicon lo stesso. Potea tradursi: Vedrai cui fia spirto di boria a fregio.

v. 772.
Ipse, peregrina ferrugine clarus et ostro,
Esso, in ferrigno ostro stranier lucente,

La porpora, come prova l'eruditissimo Amati, può esser d'ogni colore, purchè abbia un bel lucido; onde Orazio L. IVO. I fa porporino il candore de cigni: ciò che dice Albinovano anche della neve: dallo stesso Virgilio Georg. L. IV v. 572 purpureo chiamasi il mare. Qui l'ostro è morello, cioè della tinta che spesso mostra il ferro più nitido di miniera.

v. 789.

Da, pater, hoc nostris aboleri dedecus armis.

Padre... deh! alfin nostro armi Ci dà smacchiar. Smacchiare per tor le macchie anche morali egli è buon termine Sanese. L'adopro sotto gli auspizi d'Alessandro Gigli. Fa che espurghiam è in Crusca; ma quanto men bello!

v. 856 e 857.
Huc periture veni; capias ut digna Camillae
Praemia, tugue etiam telis moriare Dianae.

Il verso 857 più assai frequentemente si trova scritto Praemia. Tune etiam telis moriere Dianae? Il che si fa dire alla ninfa con amarezza, quasi le paja troppo glorioso il morirpe'teli di Diana, al par de'figli di Niobe. Nella nostra punteggiatura va il senso più unito. V, 12O. Velati limo Coi veli a sbieco È più comune la lezione Velati lino. Senonchè avverte il Servio, che i Feciali addetti alle lane sfuggivano il lino gelosamente anche solo per uso di ricucire. Il limo poi era una fascia a mezza vita con lembi di porpora tortuosi, onde prese il nome, giacchè limus significa obliquo: così limis oculis con guardo bieco. v. 233. Via hostem, alterni si congrediamur, habemus. Nè tutti, a due controun, v'abbiam nimico. Vuolsi dire che siam più del doppio. Dove pongo a due contr'un, il latino aggiunge primo e secondo a vicenda; ma il senso equivale, v. 289 e 29o. Messapus regem, regisque insigne gerentem, Tyrrhenum Aulesten, avidus confundere focdus, etc. Sullarte Auleste a regia pompa ornato Spinge Messapo, a intorbidar la triegua, ec. Chi non sa che i re dell'antica Etruria si chiamassero Lucomoni o Larti? Mi valgo di Larte, che quanto è voce propria, tanto è sonora. v. 37o. Et cristam adverso curru quatit aura volantem. Dal tremol carro erra la cresta all'aure. L'adverso, a dir vero, si rende per opposto, non già per tremolo, ma per la scossa della cresta ambi gli aggiunti giuocano egualmentev. 434. Summaque per galeam delibans oscula, fatur: Per l'elmo il bacia a fior di labbra, e parla: Baci da Enea già in armi dati ad Ascanio per l'elmo o caschetto all'antica, che oltre il capo e la fronte copriva anche le gote, detto visiera.

I due v. 61 1 e 612 Colla sola variazione di ultro in ante, e di urbi in ultro, si hanno da v. 471 e 472 L. XI. Anche il Didot li teme intrusi. v. 728. Quem damnet labor; et quo vergat pondere letum. Palma il salir, morte n'accenni il pondo. S'interpreta la prima parte: Quem labor bellicus damnet votis, idest liberet, perciò dico Palma il salir. L'altra parte combina.

- - v. 849. Hae Jovis ad solium, saevique in limine regis,Apparent Tien queste al soglio apparitricio agli usci Giove, seirato; Dico apparitrici, come diceansi nel foro Romano gli apparitori, cioè que ministri, che nelle comparse eran primi.

v. 948 e 949 ...... Pallas te hoc vulnere, Pallas Immolat, et poenam scelerato ea sanguine sumit. ...... Te debit'ostia or svena Dell'empio ardir vendicator Pallante. All'immolat corrisponde debit'ostia or svena, perchè questa morte si considera come un sacrifizio all'ombra di Pallante e ad Evandro: sacrifizio a cui si fa strada fin dal L.X v. 499 e seg.: rapiens immania pondera baltei, Impressumque nefas: coll'indicarne la scultura e l'artefice, e col conchiudere: Turno tempus erit, magno quum optaverit emptum Intactum Pallanta, et quum spolia ista diemque Oderit; sacrifizio, la cui necessità si rinforza dall'avviso che, ricevuto il feretro del pianto figlio, manda Evandro ad Enea L. XI v. 177 e seg.: Quòd vitam moror invisam, Pallante perempto, Dextera caussa tua est, Turnum gnatoque patrique Quam debere vides, etc.; sacrifizio, in cui, dati prima i convenienti suoi moti alla pietà, si fan poi trionfare i doveri d'amicizia, d'ospitalità, d'alleanza, infervorati repente alla vista di quell' insegna, e si porge intanto al gran Carme un tragico scioglimento.

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Professore di Storia Naturale e Botanica e Inspettore
all'Accad. Imp. di Genova.

Pico. Prcvs v IRIDrs. L. VIII v. 189.

Picus, equiim domitor; quem capta cupidine conjua etc. La metamorfosi di Pico, prole di Saturno, toccata qui di scorcio da Virgilio, ci viene esposta in tutte le sue circostanze da Ovidio, che per mettere per qualche punto tutta questa favola in contatto col vero, trae dalla Natura la descrizione dell'uccello Pico. Mi piace riportare qui il ritratto poetico di questo vago uccello, lasciatoci dall'ingegnoso Autore delle Metamorfosi, onde dimostrare con nuovo esempio, che la descrizione degli oggetti naturali, o per dirlo più generalmente, lo studio del vero, ben lungi dall'inceppare l'immaginazione de poeti, come si danno a credere taluni, non fa che arricchirla, ritenendola dentro i limiti del naturale, e fecondandola d'immagini vaghissime. Ecco il ritratto del Pico di Ovidio Metam. L. XIV somigliantissimo a quello che sotto il nome di Picus viridis ci ha dato Linneo nel suo Systema Naturae: Seque novum subito Latiis accedere sylvis Indignatus avem, duro fera robora rostro Figit, et iratus longis dat vulnera ramis. Purpureum chlamydis pennae tracere colorem: Fibula quod fuerat, vestemgue momorderat, aurum Pluma fit, et fulvo cervia praecingitur auro. Nec quidquam antiquum Pico, nisi nomina, restat. Abita il Pico nelle più folte solitudini de'boschi Appennini, dove appunto suppone il Poeta abbia avuto luogo la metamorfosi. Chi non è cacciatore, o non partecipa i gusti di Pico per le selve, potrà riconoscere la verità di questo ritratto poetico coll'uccello che sotto

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